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16 Gennaio 2017 - V Edizione del Premio Giorgio Ambrosoli

16 Gennaio 2017 - V Edizione del Premio Giorgio Ambrosoli

Il presidente di Confapi Calabria, Francesco Napoli è stato invitato alla V Edizione del Premio Giorgio Ambrosoli che assegna riconoscimenti a persone, o gruppi di persone - in particolare della pubblica amministrazione e delle imprese - che su tutto il territorio nazionale si siano contraddistinti per la difesa dello stato di diritto tramite la pratica dell’integrità, della responsabilità e della professionalità, pur in condizioni avverse a causa di “contesti ambientali”, o di situazioni specifiche, che generavano pressioni verso condotte illegali.

L’obiettivo del Premio, nell’ambito dei processi di ammodernamento della Pubblica Amministrazione e di rafforzamento dei meccanismi volti a favorire comportamenti d’impresa improntati all’etica, è concorrere ad attivare circuiti virtuosi di affermazione e riaffermazione dello stato di diritto e delle pratiche di legalità. Ciò senza connotazioni moralistiche generiche e astratte, bensì attraverso la valorizzazione di operati concreti e contribuendo all’affermarsi di contesti culturali e normativi che incentivino pratiche etiche, rendendole il più possibile sia sostenibili, sia “premianti”.

Il Premio intende, al tempo stesso, proporsi come uno dei “luoghi” in grado di contribuire alla riflessione su una serie di approfondimenti di merito, culturali e storici, che consentano di sviluppare  il Premio stesso in maniera consapevole e appropriata rispetto a quegli elementi, anche di storia politica, delle idee e delle mentalità, che caratterizzano lo scenario italiano contemporaneo e trascorso.

Riflessioni quali, ad esempio “Come poté accadere, in quel dato momento, una vicenda quale quella sperimentata dall’Avv. Giorgio Ambrosoli?”, oppure “Quale è la parabola storica del concetto di stato di diritto nel nostro Paese?”, o ancora “Come mai maturano oggi le condizioni per una iniziativa come il Premio, al di là delle intuizioni e iniziative dei singoli?”, e altre ancora che emergeranno, fanno parte integrante del Premio e ci si propone che trovino nel tempo un insieme di considerazioni e approfondimenti qualificati.

Il Premio dunque intende interagire in modo non estemporaneo con testimoni, protagonisti, studiosi, esperti delle materie interessate, affinché le prese di consapevolezze siano sostanziali e non “per slogan”, divenendo patrimoni il più possibile condivisi in una logica di confronto e di “squadra” fra i vari soggetti e attori della vita di comunità.

Gli “orientamenti di pensiero”

Il Premio nasce con riferimento a culture, idee, modi di pensare e di interpretare le regole di convivenza, la vita di comunità, i processi sociali nelle loro complessità, articolazioni, e fisiologiche conflittualità, di differente estrazione e provenienza, che pongono l’accento per un verso sulla centralità dei valori - fra i cui quali il dialogo come metodo -, per un altro sull’evitare le genericità che talvolta dai fautori dei valori ne derivano. In questo senso al tema dei “valori” va attribuita specifica concretezza, indicando quali essi siano, con riferimento a quali contesti, a quali comportamenti, e con quali strumentazioni, procedure, percorsi attuabili. Si tratta dunque di indicare come sottostanti al Premio un “insieme di valori concreti”, fortemente riconducibili ovviamente alla figura e all’opera di Giorgio Ambrosoli. Fra essi quattro appaiono di particolare rilievo: la funzionalità del rispetto delle regole ai fini della convivenza, la capacità di porsi anche al servizio della comunità, l’esercizio della responsabilità come “principio” di fondo e la professionalità come requisito caratterizzante, dell’integrità quale valore di sintesi di comportamenti coerenti a questi valori.

 

Giorgio Ambrosoli, ucciso per aver fatto «politica in nome dello Stato» 

11 luglio 1979. Quella sera Giorgio Ambrosoli aveva invitato alcuni amici a casa sua per assistere in compagnia all'incontro di boxe tra Lorenzo Zanon e Alfio Righetti per il Campionato europeo dei pesi massimi. Dopo avere cenato in un ristorante poco lontano, si piazzano davanti al televisore. Squilla il telefono, Ambrosoli risponde ma dall'altra parte c'è il silenzio. Per lui non era una novità: aveva già ricevuto minacce di morte e, in qualche modo, aveva imparato a conviverci.

L'incontro di boxe si conclude. Ambrosoli accompagna a casa con la sua auto tre dei cinque amici che avevano passato la sera con lui. Torna e parcheggia. Mentre sta chiudendo la serratura della portiera una Fiat 127 rossa si accosta. Una voce domanda: "Avvocato Ambrosoli?". La risposta non poteva essere che "sì". Un uomo sceso dall'auto gli dice: "Mi scusi avvocato Ambrosoli". E' William Aricò, il killer ingaggiato dal finanziere Michele Sindona per eliminare Ambrosoli. Che spara quattro colpi. Ambrosoli muore poco dopo sull'ambulanza, verso mezzanotte.

Era stato nominato commissario della Banca privata italiana, cuore dell'impero di Sindona, nel 1974, dal governatore della Banca d'Italia Guido Carli. Era un professionista milanese, non molto in vista, e aveva già gestito la liquidazione della Sfi, una finanziaria vicina a Giuseppe Pella, un pezzo grosso della Dc.

Cresciuto in un ambiente conservatore, aveva militato nell'Unione monarchica e nella Gioventù liberale. Chiamato a dipanare la matassa del crack Sindona, non fece sconti a nessuno. Il finanziere siciliano era protetto da Giulio Andreotti e dalla sua corrente Dc, aveva stretti legami con il Vaticano dove, all'epoca, imperversava Paul Marcinkus con il suo Ior, con la mafia, con la massoneria più torbida, quella P2 di Licio Gelli che fu scoperta solo parecchi anni dopo. Ma Ambrosoli non si fece mai intimidire e completò il suo lavoro nonostante gli avvertimenti e le minacce.

Era "un eroe borghese", come lo definì Corrado Stajano in un bel libro (Einaudi) del 1991, che il 25 febbraio del 1975, dopo aver completato la ricostruzione dello stato passivo della Banca privata, scrisse alla moglie: "A quarant'anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito". Lo racconta il figlio Umberto nel libro "Qualunque cosa succeda" (Sironi).

Già, perché la politica è anche coscienza civile, rispetto del diritto, difesa della libertà, lotta agli abusi. Quelli che erano i suoi valori. Ambrosoli non rinunciò a difenderli dal pericoloso intreccio di affari e politica che si era formato nel nome di Sindona e per questo pagò con la vita.

 

Fonte: ilsole24ore.com

 

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